è salito al cielo 2018-02-14T18:50:22+00:00

“…E’ salito al Cielo…”

L’ascensione è il compimento definitivo della missione divina di Gesù. Nel vangelo di Giovanni leggiamo che essa era già stata annunciata da Gesù alla Maddalena appena dopo la Risurrezione: “Non sono ancora salito al Padre; ma va dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Gv 20,17). Anche in Marco ne troviamo un accenno: “Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo” (Mc 16,19). E’ però l’evangelista Luca ad essere più ricco di particolari nel riportare l’evento: “Poi li condusse fuori, verso Betania e, alzate le mani, li benedì. Mentre li benediceva, si separò da loro e veniva portato nel cielo. Essi, dopo averlo adorato, se ne tornarono a Gerusalemme con grande gioia” (Lc 24,50-52). E nel libro degli Atti Luca completa il quadro del racconto storico: “Dette queste cose, mentre essi lo stavano guardando, fu levato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. E poiché essi stavano con lo sguardo fisso verso il cielo mentre egli se ne andava, ecco che due uomini in vesti bianche si presentarono loro dicendo: «Uomini di Galilea, perché ve ne state guardando verso il cielo? Questo Gesù che è stato assunto di mezzo a voi fino al cielo, ritornerà nello stesso modo in cui lo avete visto andarsene verso il cielo». Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte chiamato Oliveto, che si trova vicino Gerusalemme quanto il cammino di un sabato” (At 1,9-12).

Sono quindi almeno quattro i passaggi evangelici che toccano esplicitamente il tema dell’ascensione. Nonostante ciò, alcuni biblisti negano all’evento una connotazione storica, facendo rientrare anche il preciso racconto lucano all’interno di una narrazione simbolico-leggendaria. A noi sembra che il genere letterario adottato da Luca nel narrare l’Ascensione sia invece quello della narrazione storica. E questo per tre motivi: 1) Luca, da buon medico, ha una mente analitica ed una visione logica delle cose, ed ama narrarle dopo essersi bene informato (“Ho deciso anch’io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne un resoconto ordinato” – Lc 1,3); in tutti i suoi scritti mostra infatti grande precisione e dovizia di particolari; non si lascia mai sfuggire il controllo della penna, che adopera sempre con grande lucidità, evitando enfasi o scivolate di fantasia. 2) I diversi brani sull’ascensione non sono in contrasto fra loro, ma anzi si completano a vicenda; vengono con cura riportati fatti e luoghi: “verso Betania”, “ritornarono a Gerusalemme dal monte chiamato Oliveto” (il monte Oliveto è appunto sulla strada verso Betania). 3) I protagonisti, che davanti al miracolo se ne restavano ancora col naso all’insù, vengono dal miracolo stesso invitati a tornare con i piedi per terra; quest’invito a non guardare più verso il cielo sembra racchiudere un’implicita raccomandazione a ritornare alla missione faticosa di tutti i giorni; non vi è quindi nella narrazione dei fatti quell’esaltazione tipica dei racconti leggendari.

Come la Risurrezione, anche l’Ascensione è evento sia fisico che metafisico. Il Magistero della Chiesa, infatti, definisce l’avvenimento “ad un tempo storico e trascendente” (CCC 660). Storico (e non mitologico) ma anche trascendente, perché il cielo che accoglie il Risorto non è quello fisico, ma quello metafisico, il regno dei cieli da cui il Verbo era venuto ed a cui ritorna nella gloria. Ecco allora che il cielo fisico, o la nuvola, pur appartenendo alla reale esperienza degli apostoli, diventano simbolo di realtà più alte ed a loro ancora invisibili. Il vero carattere dell’ascensione è escatologico, e le Scritture stesse la collegano alla promessa del dono dello Spirito, alla venuta del Regno, ed alla Parusia finale del ritorno di Gesù (cfr At 1,1-14). Dice il Catechismo: “Il Corpo di Cristo è stato glorificato fin dall’istante della sua Risurrezione, come provano le proprietà nuove e soprannaturali di cui ormai gode in permanenza. Ma durante i quaranta giorni nei quali egli mangia e beve familiarmente con i suoi discepoli e li istruisce sul Regno, la sua gloria resta ancora velata sotto i tratti di un’umanità ordinaria. L’ultima apparizione di Gesù termina con l’entrata irreversibile della sua umanità nella gloria divina simbolizzata dalla nube e dal cielo ove egli siede ormai alla destra di Dio” (CCC 659). Il Figlio, che con l’incarnazione era sceso nella natura umana, ora, con l’ascensione, la riconsegna al Padre redenta. “Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo. Ora lascio il mondo e vado al Padre” (Gv 16,28). La sua missione è compiuta, e torna nella gloria vittorioso e carico di doni per noi. “Ora io vi dico la verità: è meglio per voi che io parta, perché se non parto il Paraclito non verrà a voi. Se invece me ne vado lo manderò a voi” (Gv 16,7).