Il dolore umano e il “silenzio di Dio” 2018-02-16T15:52:04+00:00

Il silenzio di Dio

Quando posiamo lo sguardo sul mondo, con il cuore attento di chi sa fermarsi ad ascoltarne i gemiti, ci accorgiamo di tutte le ferite che solcano la storia in cui viviamo, e se in quell’istante qualcosa si risveglia in noi, ci accorgiamo che queste piaghe sul corpo del mondo sono piaghe anche sul nostro cuore e sul nostro corpo, incise ora ancor più profondamente dalla guerra. Ma guerre ce ne sono sempre attorno all’uomo: da quelle combattute con le armi della droga a quelle silenziosamente condotte con il bisturi nelle cliniche ove si lacerano a dozzine vite nascenti. E ci sono due categorie di uomini: quelli che dinanzi a queste cose non ne vogliono sapere nulla e si tappano le orecchie, e quelli che invece condividono il fiato dei sieropositivi o porgono il latte alle madri che quelle vite non hanno rifiutato.

I primi, se si riesce a metterli alle strette, arrivano tutt’al più a gridare: “Ma dov’era Dio?”

I secondi non c’è bisogno di metterli alle strette, e gridano piuttosto: “Ma dov’ero io?”

Dinanzi al grande tema del male nel mondo c’è tanta teologia chi si difende dietro un’antica argomentazione: quella del “silenzio di Dio”.

Personalmente non mi sento in particolar modo affezionato a questa pallida difesa dialettica, avendo da sempre ritenuto che dinanzi a questo cosiddetto silenzio (di un Dio che oltretutto il Vangelo chiama Parola) ci fosse più che altro da sturar le nostre orecchie. E allora udiremmo tante belle cose, a cominciare da quelle che ci porge la Sacra Scrittura: da quando le parole di Dio (e non il suo silenzio) creano il mondo, fino al suono di quel Verbo che s’incarna nella nostra storia sciogliendo il nostro udito con l’Effatà e posando la sua Parola sulla nostre labbra, trasformandoci in testimoni a cui viene appunto donato di rompere per tutti i secoli a venire quel “silenzio” di cui tanto si accusa Dio.

E tra le pagine che narrano di quest’Uomo, l’unico silenzio che io colgo fu davanti a Pilato, ma quello fu forse il momento in cui più di tutti ascoltò il nostro dolore, fino a imprimerselo a colpi di chiodi e di flagello nella sua carne. E fu allora che il “corpo del mondo” di cui parlavo prima divenne corpo d’uomo, sulla cui pelle contare tutti i drammi della storia. Ed è grazie a questo Amore che anche il cristiano può udirli o riceverne le stimmate, perché se anche il suo corpo non diventa quello del mondo e non ne conta tutte le piaghe, allora vuol dire che egli è ancora un po’ al posto del flagellatore, più che a quello del flagellato. Io penso infatti che siano queste ferite, le nostre vere orecchie.

E finché non le abbiamo aperte sarei un po’ più cauto nel parlare del “silenzio di Dio”. Certo non escludo la possibilità teologica di questa dimensione (si pensi per esempio al libro di Giobbe, o ai canti di disperazione dei salmisti), ma altra cosa è parlare di “silenzio” senza aver mai acceso la propria “ricevente” interiore, o senza mai essersi sintonizzati nel cuore sulla “stazione” giusta. C’è poi chi, espressione di un certo cristianesimo piuttosto monocorde, quando ha trovato una stazione, si ferma ad ascoltare solo quella come se non ve ne fossero assolutamente altre. E questo accade in molti gruppi e movimenti, ma, ahimè, anche all’ombra di molte tonache saccenti.

E infine c’è chi, allargando ancora di più le proprie orecchie, si mette in caccia di frequenze nascoste, cercando con le sue parabole di decodificare suoni mai uditi.

Chissà se noi siamo fra questi.

Leggi anche: Una disabile durante l’occupazione