LA FORMAZIONE DEL CANONE NEOTESTAMENTARIO 2018-02-16T16:39:46+00:00

Gli antichi Canoni:

prodigiose conferme del Nuovo Testamento

Il Canone Muratoriano del II secolo, il Canone Eusebiano del 318, il Canone Atanasiano e quello di Damaso, ci confermano che, nonostante gli odierni tentativi di rivalutare certi pseudovangeli, la formazione di elenchi con gli autentici testi sacri è antichissima.

di Stefano Biavaschi

Che cos’è il canone? E’ l’elenco ufficiale dei testi sacri che compongono la Bibbia. Vi è un canone per l’Antico Testamento (i primi 46 libri della Bibbia), ed un canone per il Nuovo Testamento (27 libri, tra cui i 4 vangeli, gli Atti degli Apostoli, le Lettere, e l’Apocalisse). Quando si formò il canone neotestamentario? Si sente talvolta frettolosamente rispondere che l’elenco ufficiale dei testi sacri venne redatto solamente durante il Concilio di Trento (1545-1563). E’ certamente vero che durante la quarta Sessione dell’8 aprile 1546 viene emesso un decreto di riconoscimento che elencava tutti i testi sacri trasmessi “quasi di mano in mano” fino a quel tempo, ma è anche vero che in questo decreto si legge: “…come si trovano nell’antica edizione della volgata latina”. E, in effetti, sappiamo bene che le bibbie esistevano ben prima del Concilio di Trento, sia sottoforma di Codici e sia, dopo l’invenzione della stampa, in edizione stampate. E non solo lo sappiamo, ma possiamo ancora andare a vederle in giro per i musei del mondo.

La coscienza di un Nuovo Testamento è presente fin dall’inizio

Fin dai primi secoli, la consapevolezza della Nuova Alleanza fondata da Gesù Cristo portava inevitabilmente alla consapevolezza della nascita di un nuovo ordine di testi sacri: quelli relativi ai detti e ai fatti riguardanti Gesù e i suoi apostoli. Certo, quando gli Autori sacri scrivono i Vangeli o le Lettere alle comunità cristiane, non hanno ancora coscienza di …allungare la Bibbia, o che i loro scritti sarebbero stati chiamati per secoli “Nuovo Testamento”: semplicemente scrivono per annunciare Gesù. Ma sarà la comunità cristiana stessa a dire: ciò che voi ci avete scritto è per noi nuovo, è per noi sacro. E con grande cura i testi ritenuti sacri venivano differenziati da quelli ritenuti non sacri. E tutt’oggi ci sono state tramandate molte più copie (alcune migliaia) dei testi sacri che non degli altri, pervenuti solo in poche copie: segno evidente che venivano moltiplicati solo quelli ritenuti sacri, per essere messi a disposizione delle varie chiese che si andavano formando. Del resto, già l’Apostolo Pietro attestava la presenza di una raccolta di lettere scritte dall’«amato nostro fratello Paolo», e quando ne parlava, le metteva sullo stesso piano delle «altre scritture» (2Pt 3,15-16). Uno degli elementi che distingue il testo sacro è il suo uso liturgico, e proprio per questo ne venivano fatte più copie. Fin dall’inizio le prime comunità si scambiavano questi scritti o li duplicavano, spesso su invito stesso degli apostoli. Paolo per esempio scriveva: “E quando sia stata letta da voi la lettera, fate in modo che anche nella Chiesa dei Laodicesi sia letta, e che quella dei Laodicesi anche voi la leggiate” (Col 4,16). Quando gli apostoli cominciarono a morire, è evidente che gli scritti da loro lasciati rimasero l’unico anello di congiungimento con l’avvenimento di Gesù: testimonianza sacra di un fatto nuovo accaduto nel mondo.

Le antiche testimonianze

La Didaché, scritta verso il 50-70 dopo Cristo, e cioè quasi in contemporanea coi Vangeli, testimonia l’uso di leggere i testi sacri nei raduni liturgici dei primi cristiani. Anche le Lettere di Sant’Ignazio di Antiochia (35-107, discepolo di San Giovanni Evangelista) o l’Epistola di San Barnaba Apostolo (scritta tra il 70 e il 100) o la Prima Lettera di papa Clemente I (del 96), ci attestano la precoce venerazione verso gli scritti neo-testamentari. Ed il relativo uso liturgico ci è confermato anche da tanti altri, come San Giustino, che nel 155 scrive: “E nel giorno chiamato del sole (=la domenica), tanto quelli che abitano in città, come quelli che abitano in campagna, si adunano nello stesso luogo e si fa lettura delle memorie degli apostoli (vangeli e lettere) e degli scritti dei profeti (Antico Testamento)”. E che le letture neo-testamentarie fossero già ritenute sacre, ce lo conferma anche San Policarpo, che nel 150 scrive: “So che siete molto versati negli scritti sacri e che nulla in essi vi sfugge, cosa che a me non è concessa. Tuttavia voglio ricordarvi solo queste frasi, che in essi sono scritte: «Sdegnatevi pure, ma non fino al peccato» (Sal 4,5), e ancora: «Il sole non tramonti sopra la vostra ira» (Ef 4,26). Beato chi se le ricorda, come sono certo che voi fate!”. Come possiamo notare, la lettera di Paolo viene qua, in modo evidente, chiamata “scritto sacro”, così come già lo erano i Salmi e gli altri scritti vetero-testamentari. Anche Tertulliano (150-220), nei suoi scritti, mette i libri sacri cristiani sullo stesso piano dei libri ritenuti sacri dagli ebrei, usando per entrambi il termine “testamentum”.

Teofilo di Antiochia, nel secondo secolo, aggiunge: “Circa la giustizia comandata dalla legge, espressioni di conferma si trovano sia fra i profeti che nei Vangeli, perché tutti parlarono mentre erano ispirati dal medesimo Spirito di Dio”. Teofilo usa espressioni come “il Vangelo dice” citando Matteo, e “la parola divina ci dà istruzioni” citando la prima lettera a Timoteo.

Durante le persecuzioni romane, uno dei sistemi per riconoscere l’identità cristiana degli arrestati, era il possesso di testi sacri: nel verbale di condanna alla decapitazione di dodici cristiani nella cittadina di Scillium, presso Cartagine, il 17 luglio 180, si legge questa domanda rivolta dall’accusa: “Cosa c’è nella vostra cassetta?”. La risposta di Sperato, uno dei martiri, fu: “Libri, e le Lettere di Paolo, uomo giusto”. E’ una delle tante testimonianze sull’uso di custodire raccolte di scritture, ritenute sacre al punto da sacrificare la propria vita.

L’esigenza di un canone

La coscienza di possedere un Nuovo Testamento condusse molto presto alla necessità di stendere un Canone. Molte sono state le polemiche distruttive attorno a questo argomento, sostenute soprattutto da quanti intendono rivalutare certi pseudovangeli. Ma la preoccupazione di salvaguardarsi da scritti non autentici risale addirittura agli apostoli. San Paolo per esempio scrive: “Vi preghiamo, o fratelli, di non lasciarvi così facilmente turbare la mente, né allarmare, sia da spirito, sia da dicerie, sia da lettere, come se fossero inviate da me” (2Tess 2,1-2). Questa missiva, fra l’altro, finisce dicendo: “Il saluto è di mio pugno, di me, Paolo; esso è il segno che distingue ogni mia lettera. Io scrivo così” (2Tess 3,17). Anche i nemici del nascente cristianesimo avevano interesse a diffondere contraffazioni. Nasce così, fin da subito, l’esigenza di stilare un canone, un elenco dei testi ritenuti sacri. I criteri fondamentali per questa stesura erano due: apostolicità ed ecclesialità dei testi. Erano cioè autentici gli scritti di cui era certa la provenienza apostolica, e che erano accolti nella liturgia di tutte le comunità del tempo. Ireneo di Lione (130-202) attribuiva apertamente a questi testi il titolo di “Scritture”, fino ad allora riservato solo ai libri dell’Antico Testamento. E riguardo ai quattro Vangeli, utilizzava l’espressione “vangelo tetramorfe” o “quadriforme”, facendoci capire che solo Matteo, Marco, Luca e Giovanni, erano, agli inizi, gli unici vangeli.

Il Canone Muratoriano

Ma esiste davvero un elenco preciso di testi sacri, neo-testamentari, agli albori del Cristianesimo? La risposta si trova nel caveau della Biblioteca Ambrosiana di Milano, con segnatura cc.10r-11r. Si tratta del Canon Muratorianus (CPG 1862; PLS 1, col.): un antichissimo manoscritto di 85 righe, il cui testo latino rimanda ad un originale greco che per la maggioranza degli studiosi risale al 170 circa dopo Cristo. A scoprirla fra gli impolverati scaffali fu Ludovico Antonio Muratori, storico, sacerdote, grande precursore dell’Illuminismo italiano, e fondatore della moderna storiografia scientifico-documentaria. Nel 1695 si era trasferito a Milano in qualità di prefetto della Biblioteca Ambrosiana, e, dopo il ritrovamento, si accorse subito della preziosità di questo documento, che nel 1740 pubblicò nel terzo volume della sua prestigiosa opera Antiquitates Italicae Medii Aevi. (Secondo l’Enciclopedia Cattolica frammenti del Canone sarebbero stati ritrovati anche in antichi manoscritti con lettere paoline, risalenti all’VIII secolo e conservati presso l’Abbazia di Monte Cassino). L’antico autore del Canon Muratorianus, che ci resta ignoto, si mostra già ben consapevole della necessità di distinguere scritti sacri e non sacri; dice infatti: “Non conviene che il fiele sia mescolato col miele”, e pertanto elenca e commenta le scritture che “sono ritenute sacre per l’onore della chiesa cattolica, per il regolamento della disciplina ecclesiale”. Anche qui, al di fuori dei quattro evangelisti, non viene nominato nessun altro scritto col nome di “Vangelo”. Commentando gli Atti degli Apostoli, l’autore sottolinea la presenza fisica di Luca ai fatti da lui narrati, perché Luca non cita importanti avvenimenti successivi “omettendo la passione di Pietro ed anche la partenza di Paolo dall’Urbe (=Roma) verso la Spagna”. Commentando poi la pluralità dei destinatari delle missive paoline, l’autore del Canone aggiunge: “Si vede che una sola chiesa è diffusa per tutta la terra”. Aggiunge pure che, per assenza di quei criteri di autenticità indicati prima, vi sono “molte altre cose che non possono essere accettate nella chiesa cattolica”. Ma i 27 libri del Nuovo Testamento vengono già elencati quasi tutti! Non sono ricordate solo cinque lettere: una di Giovanni, una di Giacomo, due di Pietro, e la Lettera di Paolo agli Ebrei. Ma forse solo perché il manoscritto appare mutilo. Infatti, lettere come quella di Giacomo e quella agli Ebrei le ritroviamo tranquillamente fra le letture sacre di Ippolito Romano (170-235). In particolare la Lettera di Paolo agli Ebrei è riportata insieme a tutte le altre nel papiro Chester Beatty P46, risalente alla fine del secondo secolo. Le lettere di Pietro erano poi riconosciute da molti contemporanei, quali Origene, Ireneo, Tertulliano, Clemente Alessandrino e diversi vescovi.

Il Canone Eusebiano

A confermare l’esistenza di un canone neotestamentario, troviamo, fra le tante, la testimonianza di Sant’Eusebio di Cesarea, che nell’anno 318 scrive: “Arrivati a questo punto ci sembra ragionevole ricapitolare (la lista) degli scritti del Nuovo Testamento di cui abbiamo parlato. E senza alcun dubbio, si deve collocare prima di tutto la santa tetrade (=quaterna) dei vangeli, cui segue il libro degli Atti degli Apostoli. Dopo questo, si debbono citare le lettere di Paolo, a seguito delle quali si deve collocare la prima attribuita a Giovanni e similmente la prima lettera di Pietro. A seguito di queste opere si sistemerà, se si vorrà, l’Apocalisse di Giovanni, su cui esporremo a suo tempo ciò che si pensa. E questo per i libri universalmente accettati”. Sant’Eusebio, nel suo scritto, non solo testimonia le sensibilità esistenti attorno alla questione dell’elenco dei testi sacri, ma mostra anche la necessità di un elenco dei testi contestati; dopo alcuni commenti scrive infatti: “Pur stando così le cose per i libri contestati, tuttavia abbiamo giudicato necessario farne ugualmente la lista, separando i libri veri, autentici e accettati secondo la tradizione ecclesiastica, dagli altri che, a differenza di quelli, non sono testamentari (=vincolanti), e inoltre contestati, sebbene conosciuti dalla maggior parte degli scrittori ecclesiastici; affinché possiamo distinguere questi stessi e quelli che, presso gli eretici, sono presentati sotto il nome di apostoli, sia che si tratti dei vangeli di Pietro, di Tommaso e di Mattia o di altri ancora, o degli Atti di Andrea, di Giovanni o di altri apostoli. Assolutamente nessuno mai tra gli scrittori ecclesiastici ha ritenuto giusto di ritrovare i loro ricordi in una di queste opere. D’altra parte il carattere del discorso si allontana dallo stile apostolico; il pensiero e la dottrina che essi contengono sono talmente lontani dalla vera ortodossia da poter chiaramente provare che questi libri sono delle costruzioni di eretici. Perciò non si debbano neppure collocare fra gli apocrifi, ma si debbono rigettare come del tutto assurdi ed empi” (Historia Ecclesiastica, III, 25,1-7). Possiamo notare che l’espressione “nessuno mai” indica un percorso ben precedente a Eusebio stesso. E’ anche importante dire che Eusebio, nonostante il problema degli eretici, cui addirittura attribuisce le “costruzioni” dei finti testi sacri, non mostra alcuno spirito di censura verso questi testi; anzi, ne elenca con precisione i titoli. E non appare, anche fra i suoi destinatari, alcun intento di distruzione di tali documenti, che anzi vengono definiti “conosciuti dalla maggior parte degli scrittori ecclesiastici”. Il tanto conclamato Vangelo di Tommaso, oggi portato da alcuni come vessillo di chissà quale ritrovamento, non solo era ben noto, ma non era affatto un tabù da nascondere: viene anzi tranquillamente citato, sebbene chiaramente indicato come un testo spurio. Quanto allo sbandierato Vangelo di Giuda, che recentemente ha fatto tanto clamore, non sembra nemmeno a quel tempo esistere.

Il Canone Atanasiano – Il Canone di Papa Damaso

Dopo Eusebio, anche altri autori, come Sant’Atanasio (295-373), vescovo di Alessandria d’Egitto, si occupano del Canone: nella sua Lettera del 327 elenca tutti i 27 libri del Nuovo Testamento, in quest’ordine: Vangeli, Atti, Epistole generali, Epistole Paoline, Apocalisse. Egli riporta il Canone anche nella Lettera di Pasqua del 367, trovando consensi pure nella chiesa greca; nel giro di breve tempo tre sinodi del mediterraneo avevano contribuito a definire il canone: quello di Laodicea in Siria (363), quello di Ippona, (393), e quello di Cartagine, in Africa (397). Contemporaneamente anche Roma si interessa della questione: nell’estate 382, Sant’Ambrogio fa convocare, con lettere dell’imperatore Graziano, il Sinodo di Roma del 382, che recepisce la lista di Atanasio, stigmatizzando come ufficialmente accettati i 27 libri canonici ritenuti di origine apostolica, tramite il decreto De Explanatione Fidei di papa Damaso I. (Iniziò così la traduzione latina delle Scritture che lo stesso Papa Damaso commissionò a Girolamo, che diede vita alla Vulgata). Anche a voler ritenere solo questo sinodo il primo atto ufficiale della chiesa di Roma, mancheranno ben dodici secoli al Concilio di Trento! In tutto questo periodo nelle chiese latine non ci furono nemmeno più controversie sul canone! Fu solo Lutero, nel XVI secolo, a riprenderle, negando il magistero della Chiesa e ponendo come norma di fede la sola sacra scrittura, ma dimenticandosi che nella Bibbia …non è scritto quale deve essere l’elenco dei libri della Bibbia! Occorre per forza rimandare all’autorità della Comunità cristiana, cui sola poteva competere, per Tradizione e Successione Apostolica, la decisione su tale questione. Il cristianesimo non si fonda solo sui testi, ma anche sulla Tradizione; infatti, esso esisteva già alcuni decenni prima dei primi scritti neotestamentari, grazie alla tradizione orale della comunità cristiana che, essa sola, poté poi stabilire quali libri erano conformi a questa tradizione orale.

Gli antichi Codici

Al tempo di Gesù, le Bibbie erano praticamente delle ceste o delle anfore piene di rotoli (come quelle ritrovate a Qumran, e risalenti al primo secolo). Ma poiché gli antichi papiri erano spesso lunghissimi (fino a 60 o 70 metri!), e quindi piuttosto scomodi da usare sebbene arrotolati ai due estremi, sorse l’opportunità, nelle successive stesure a mano, di tagliarli in tante strisce più corte, che venivano poi sovrapposte e cucite al centro. Nascono così, già alla fine del primo secolo, i primi “libri” a pagina, chiamati Codici. Anch’essi sono un prezioso punto di riferimento che conferma la canonicità dei testi sacri. Ci limitiamo, per assenza di spazio, a citare solo i titoli dei più importanti Codici in nostro possesso:

– Codice Vaticano, del IV-V secolo, quasi completo, (Roma, Biblioteca Vaticana);

– Codice Sinaitico, del secolo IV-V, completo, (Londra, British Museum);

– Codice Alessandrino, del V secolo, quasi completo (Londra, British Museum);

– Codice di Efrem, palinsesto del V secolo, quasi completo (Parigi, Biblioteca Nazionale);

– Codice di Beza (o Cantabrigiensis), del V-VI secolo; con Vangeli ed Atti (Cambridge);

– Codice di Koridethi, del VII-IX secolo, completo (Si trova a Tiflis, ma è proveniente dal monastero di Koridethi nel Caucaso);

E così tanti altri. Ma anche se si perdessero tutti i codici e tutti i canoni, l’intero Nuovo Testamento potrebbe benissimo essere ricostruito grazie a tutti gli scrittori cristiani dei primi secoli (Padri della Chiesa, Vescovi, storici o autori di semplici missive) che, sparsi per tutto l’Impero Romano, coi loro trattati, commenti ed omelie, non hanno fatto che citare a più riprese le Sacre Scritture.