La preghiera nell’Antico Testamento 2018-02-15T18:33:54+00:00

La preghiera nell’Antico Testamento

Quando nacque la preghiera? Leggendo la Genesi scopriamo che, dopo la caduta, è Dio che per primo chiama l’uomo: “Dove sei?” (Gn 3,9). E’ Dio che fin dal principio instaura una relazione salvifica con l’uomo. Percorrendo i capitoli della Genesi possiamo scoprire i primi passi della nostra risposta, e ricostruire l’evoluzione della preghiera lungo la storia della salvezza: il primo figlio di Adamo, Abele, esprimeva la sua preghiera con l’offerta dei primogeniti del suo gregge (Gn 4,4). Con la generazione successiva, quando Set, figlio di Adamo, generò Enos, “si cominciò a invocare il nome del Signore” (Gn 4,26). Successivamente Enoch, padre di Matusalemme, cominciò a percepire la preghiera come percorso da fare assieme al Signore, e così “camminò con Dio” (Gn 5,24). Anche Noè “camminava con Dio” (Gn 6,9), ma fece esperienza della preghiera anche come obbedienza a Dio, e dopo aver eseguito in tutto i suoi comandi, elevò la sua preghiera a liturgia edificando un altare al Signore (Gn 8,20). Con lui Dio stabilì un’alleanza, e pose un segno per unire il cielo e la terra, “per ricordare l’alleanza eterna” (Gn 9,16). “Ma è soprattutto a partire dal nostro padre Abramo che nell’Antico Testamento viene rivelata la preghiera” (CCC 2569). Non appena chiamato a lasciare la sua terra, “Abramo partì come gli aveva ordinato il Signore” (Gn 12,4), e ad ogni tappa del suo percorso costruisce un altare al Signore, perché la preghiera di Abramo si esprime soprattutto con azioni, ed anche tramite durissime prove: è la fede che viene messa alla prova dinanzi alla fedeltà di Dio. Con lui il Signore stabilisce un’alleanza verso tutto un popolo, rendendo grande il suo nome e trasformandolo in segno di benedizione; in lui “si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gn 12,1-3). Tramite lui la Bibbia ci regala le prime preghiere in parole: dal velato lamento dinanzi alle promesse che tardano a realizzarsi (Gn 15,2-3), fino al grido di accoglienza verso il Signore che viene a visitarlo presso le querce di Mamre: “Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo” (Gn 18,3). In Abramo la preghiera si eleva anche a preghiera d’intercessione, perché “il cuore di Abramo è in sintonia con la compassione del suo Signore per gli uomini, ed egli osa intercedere per loro con una confidenza audace” (CCC 2571). Ne troviamo un ben noto esempio nella sua vibrante intercessione per salvare gli abitanti di Sodoma: “Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere” (Gn 18,27). Qui la preghiera si eleva a prezioso strumento di salvezza, anche se Sodoma non poté salvarsi per assenza di giusti. Ma quando ci si addentra nel tempo della promessa pasquale (quello dell’Esodo), la preghiera d’intercessione si mostra pienamente come segno attraverso cui si manifesta il progetto di salvezza di Dio. Ormai “il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con un altro” (Es 33,11). Mosè s’intrattiene spesso e a lungo con il Signore, e questa confidenza eleva la sua preghiera a preghiera di contemplazione, tanto che di lui il Signore può dire: “Bocca a bocca parlo con lui, in visione” (Nm 12,8). Mosè non prega per sé, ma per il popolo di Dio. Le modalità della sua preghiera ispireranno per secoli tutti i grandi oranti dell’Antica Alleanza. Si svilupperanno anzi grandi “maestri di preghiera”, sacerdoti e profeti che insegneranno a “stare davanti al Signore”, sia all’ombra della Dimora di Dio, cioè dell’Arca dell’Alleanza, sia più tardi nel grande Tempio di Gerusalemme. Il re Davide sarà “il pastore che prega per il suo popolo e in suo nome, colui la cui sottomissione alla volontà di Dio, la lode, il pentimento saranno modello di preghiera per il popolo” (CCC 2579). Suo figlio Salomone sarà l’artefice liturgico della Dedicazione del Tempio, ed al Signore eleverà la sua preghiera di benedizione: “Benedetto il Signore, Dio d’Israele, che ha adempiuto con potenza quanto aveva promesso” (1Re 8,15). Il tempio fu per gli israeliti il luogo della educazione alla preghiera. Pellegrinaggi, feste, sacrifici, offerte serali, ammaestravano gli animi a elevarsi a Dio. Talvolta però la preghiera scivolava nel ritualismo, e quindi occorreva una educazione alla fede, una conversione del cuore. E fu questa la missione dei profeti, prima e dopo l’Esilio; come Elia, “padre dei profeti”, e tanti altri mandati da Dio come modelli non solo di vera fede, ma di preghiera del cuore. “I Libri Sacri contengono testi di preghiera che testimoniano come si sia fatta sempre più profonda la preghiera per se stessi e per gli altri” (CCC 2585). Il Libro dei Salmi ne fornisce un ricchissimo esempio, e non solo è uno specchio delle meraviglie che Dio ha operato in passato nell’uomo, ma anche di ciò che ancora opera oggi, perché per l’universalità dei suoi contenuti può essere adoperato dagli uomini di ogni condizione e di ogni tempo.