L’ARRIVO DI PIETRO 2018-02-16T16:42:07+00:00

IL PRIMO SBARCO DELL’APOSTOLO PIETRO IN ITALIA

di Stefano Biavaschi

Molto si conosce dei viaggi e delle tappe dell’apostolo Paolo, mentre minori notizie abbiamo riguardo agli spostamenti del principe degli apostoli, Pietro, nato a Betsaida di Galilea e morto a Roma nell’anno 67. Sappiamo certamente che viaggiò molto per diffondere il Vangelo, a cominciare dalla Giudea e dalla Samaria. Negli Atti degli Apostoli, Pietro è ricordato, oltre che a Gerusalemme, a Lidda, Joppe, Cesarea. Nella sua prima Lettera, Pietro si rivolge ai “fedeli dispersi nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell’Asia e nella Bitinia” (1Pt 1,1), segno che ha conosciuto gli abitanti di questi luoghi. Per gli studiosi quest’epistola è stata scritta a Roma, la “Babilonia” cui l’apostolo accenna nel penultimo versetto. Secondo la Tradizione Petrina, infatti, il principe degli apostoli non solo raggiunse l’Italia, ma visse l’ultimo ventennio della sua vita nella capitale dell’Impero; dopo il martirio fu sepolto sul Colle Vaticano, e tuttora le sue ossa riposano nella cripta dei papi sottostante la basilica di San Pietro. C’è però difficoltà a ricostruire con esattezza i viaggi petrini e a stabilirne le soste. Tra gli scritti cosiddetti pseudo-clementini (preziosa fonte per gli studiosi dei primi secoli), composti poco dopo il 200 d.C., vi è un’opera denominata Viaggi di Pietro, che era stata adottata dai giudei ebioniti. Gli ebioniti credevano sia nell’ebraismo sia in Gesù come Messia (atteggiamento ancora oggi presente tra le migliaia di ebrei messianici d’Israele), e facevano riferimento ad un vangelo di Matteo rielaborato, ed anche all’opera Viaggi di Pietro. E’ da questo testo che fu attinta l’immagine della chiesa come “barca di Pietro”, perché l’apostolo ci teneva a sottolineare che, se al timone della Chiesa c’è Cristo, il vescovo è da considerarsi il “secondo timoniere”.

Nel corso dei secoli, diversi documenti di grande interesse arricchiscono la cosiddetta tradizione petrina, in base alla quale alcune città contendono il primo sbarco di San Pietro in Italia, ed in particolare: Otranto, San Pietro in Galatina, S. Maria di Leuca, Gallipoli, Taranto, San Pietro in Bevagna (Manduria). Non si può escludere però che l’apostolo abbia visitato più di uno di questi porti, seguendo le rotte commerciali che anticamente facevano scalo proprio in questi luoghi.

Ad Otranto, sulla collina più alta, sorge un’antichissima chiesetta che intende commemorarne lo sbarco, raccontato anche dallo storico Egesippo (110-180) nel De Bello Judaico, una delle più antiche storie ecclesiastiche che conosciamo. Troviamo conferme di questo sbarco anche da parte di Clemente Alessandrino (150-215), Arnobio (255-327), Eusebio di Cesarea (265-340), Cirillo di Gerusalemme (313-386), Sant’Ambrogio (339-397). Vari studiosi di prestigio, tra cui il Baronio, il Tasselli, l’Arditi, hanno concluso che, alla luce delle “vestigia nobilia” presenti sul territorio, l’apostolo avesse davvero attraversato Otranto nell’anno 43, come tappa del suo viaggio verso Roma. Del resto sappiamo che anche Cicerone sbarcò nel porto di Otranto provenendo dalla Grecia.

A San Pietro in Galatina, oggi Galatina, è conservata nel Duomo la pietra sulla quale, secondo la tradizione, san Pietro si riposò durante una delle tappe salentine nel suo viaggio da Antiochia verso Roma. Non a caso lo stemma della città di Galatina contiene come simbolo le “chiavi di Pietro”.

A S. Maria di Leuca un’antica fonte riporta che “Pietro, giunto da Gerusalemme, incontrò la popolazione locale”; ma si teme che il riferimento sia dovuto a Pietro vescovo di Alessandria.

A Gallipoli è la chiesetta di San Pietro de’ Samari a ricordare il passaggio dell’apostolo; secondo la tradizione petrina il vicario di Cristo avrebbe in questo sito nominato il primo vescovo di Gallipoli: Pancrazio, suo condiscepolo. E’ da sottolineare che la ricerca storica ha confermato che san Pancrazio visse davvero nel I secolo, e fu davvero vescovo di Gallipoli per alcuni anni, prima di spostarsi in Sicilia ove subì il martirio. In sostanza, non sono poche le testimonianze che confermano una vasta evangelizzazione della Puglia fin dal primo secolo, e pongono proprio in età apostolica le origini delle sedi episcopali salentine, soprattutto quelle di Gallipoli ed Otranto.

A Taranto la visita dell’apostolo è riportata nella Historia Sancti Petri, testo agiografico risalente al IX-X secolo, ove si narra che Pietro, prima di entrare in città all’epoca dell’imperatore Claudio (41-54 d.C.), si volle fermare sull’isola antistante, oggi chiamata isola di San Pietro. Anche in questo caso non si tratterebbe solo di una sosta, ma di una tappa che comporta sempre l’evangelizzazione degli abitanti, il loro battesimo e la loro conversione. Un Index Apostolorum del III secolo confermerebbe l’istituzione petrina dei primi vescovi pugliesi, tra cui San Basso, forse originario di Ruvo, martirizzato a Roma nella persecuzione di Traiano (108 d.C.). Anche il vescovo San Cleto sembra essere stato nominato da San Pietro.

C’è da auspicarsi che ricercatori universitari e studiosi potranno compiere indagini

approfondite attorno a questi ed altri siti, al fine di perfezionare la nostra conoscenza sui viaggi di Pietro. Se per i viaggi di Paolo è accertato l’itinerario marittimo che prima di Roma toccò Malta, Siracusa, Reggio Calabria e Pozzuoli, per quelli di Pietro occorre fare molta attenzione a distinguere fra storia e leggenda, anche perché, spesso, la storia si tinge di leggenda e la leggenda affonda le radici nella storia. Certa è comunque la presenza dell’apostolo nella capitale, visti anche gli stretti legami tra Roma ed il Vangelo scritto da Marco, che era “segretario” e compagno di viaggio di Pietro (v. 1Pt 5,13). Inoltre antichissimi scrittori quali Clemente Romano (95ca), Ignazio d’Antiochia (†107ca), Ireneo (†180ca), Tertulliano (155-220), Eusebio (260-340), riconoscono che Pietro avesse operato a Roma e vi fosse morto. Anzi, pare proprio che Pietro sia arrivato a Roma ancora prima di Paolo; questo perché quando Paolo scrive ai Romani (57 d.C.), essi risultano già convertiti (“la fama della vostra fede si espande in tutto il mondo”, Rm 1,8). Paolo, infatti, conoscerà la capitale solo col suo terzo viaggio del 59-62 d.C. a causa di continui impedimenti, sebbene si dichiarasse “pronto a predicare il Vangelo anche a voi di Roma” (Rm1,10-15).

Il fatto che sia dunque certa la presenza di Pietro a Roma, darebbe di conseguenza per certo il precedente attraversamento del mezzogiorno. La molteplicità dei riferimenti salentini fa per esempio pensare ad un reale passaggio petrino nei luoghi che abbiamo citato, anche perché le antiche rotte marittime che facevano giungere a Roma merci e persone avevano come approdi proprio i luoghi fin qui ricordati. Abbondanza di segnali e di riferimenti troviamo anche a San Pietro in Bevagna, la località marittima di Manduria, a metà strada tra Taranto e Gallipoli, e che conserva nel suo toponimo l’antica tradizione petrina. Manduria è città antichissima, di origine pre-romana, con importanti resti della lontanissima civiltà messapica (necropoli, muraglioni), ed è ricordata anche da Plinio (23-79 d.C.) nella Historia Naturalis per il suo inesauribile Fonte, poi chiamato “Pliniano”. Proprio accanto alla necropoli messapica, sempre ricca di sorprese archeologiche, sorge l’antichissima chiesetta di San Pietro Mandurino (foto 1), munita di un ipogeo a colonne scavate nel tufo, adornato di affreschi che qualche studioso (tra cui il Petrucci) considera almeno in parte paleocristiani. Al di sopra di questa costruzione sotterranea, un consumato affresco raffigurante San Pietro accoglie il visitatore (foto 2): su di esso campeggia un’incisione che in questo “templum vetustissimum” è dedicata “apostolorum principi” (foto 3).

L’antico rito della processione che da tempo immemorabile si svolge da Manduria a S. Pietro in Bevagna intende proprio fare memoria dello sbarco dell’Apostolo, dovuto, secondo la tradizione petrina, ad un naufragio. Segni di un antico naufragio, a dire il vero, sono ben evidenti a pochi metri da questa costa: i ben noti sarcofagi di marmo grezzo che fan bella mostra di sé sui trasparenti fondali marini (foto 4-5-6-7). Si tratta certamente di manufatti d’epoca romana, risalenti ai primissimi secoli d.C., ma non è certo possibile stabilire se sono provenienti dalla stessa nave che portava l’Apostolo. Certo è che l’approdo a San Pietro in Bevagna era spesso tappa obbligata per gli antichi naviganti, sia per il rifornimento d’acqua (il locale Chidro è uno dei rarissimi fiumi sul versante jonico del Salento), e sia per il rifornimento del sale, tanto indispensabile per la conservazioni degli alimenti trasportati (e ben presente nella vicina salina De’ Monaci). Secondo lo studioso locale Antonio Bentivoglio (1946-2005), “San Pietro in Bevagna era fin dall’epoca romana, ma anche pre-romana, tappa obbligata nella rotta Otranto-Leuca-Taranto, perché la navigazione era di cabotaggio: piccola navigazione commerciale che si svolgeva tra un porto e l’altro”. Fatto sta che nella chiesetta costiera di San Pietro in Bevagna (foto 8) è conservato, dietro l’abside, il “fonte battesimale di Pietro” (foto 9) e la “pietra dell’altare” su cui Pietro avrebbe celebrato le prime messe italiche (foto 10). Secondo il Bentivoglio l’antichissima consuetudine delle “perdonanze”, ancora celebrata il 3 aprile, risale ai tempi apostolici di conversione battesimale e catecumenato penitenziale. Negli ultimi anni, un ulteriore avvenimento archeologico ha di nuovo posto l’attenzione sul passaggio dell’Apostolo in questi luoghi: nel terreno fra la chiesetta di S. Pietro Mandurino e la necropoli è stata casualmente rinvenuta una lapide bimillenaria, in pietra viva, che sembra fare memoria proprio al principe degli apostoli (foto 11). Vi è infatti incisa la scritta “PETRO VI.SI.ET.” (“A Pietro sia la vita eterna”). Nello scritto “L’epigrafe paleocristiana di Manduria nel quadro della tradizione petrina”, composto il 5 luglio del ‘95, Antonio Bentivoglio afferma: “La datazione della lapide ci viene dal «cursus» delle lettere, che è quello della capitale quadrata romana, ed anche dallo stile del testo. Inoltre è stata riscontrata la presenza di resti di minio, un composto chimico col quale si ricoprivano i caratteri incisi, perché il minio, ossidandosi, acquistava un colore rosso, e ciò è indice dell’importanza dell’atto dedicatorio. Alla luce di tutto questo affermiamo che tale scritta debba riferirsi a S. Pietro, fondatore della Chiesa di Roma”. Secondo il Bentivoglio, a confermare l’autenticità della lapide dedicatoria (ora incastonata nella Biblioteca “Marco Gatti” di Manduria), sono anche alcuni “errori” tipici dell’epigrafia cristiana antica, come la “E” al posto della “Æ”, oppure l’assenza nella stessa “E” dell’asta orizzontale superiore. Oltre al dativo “PETRO” ed oltre alle tre parole abbreviate (“VI” per Vita, “SI” per Sit, “Et” per Eterna), compare in un successivo rigo una “A” puntata che sta per AMEN, per cui ne deriva la lettura: “Sia vita eterna a Pietro. Amen”. Inoltre il segno dell’ancora, presente nel lato sinistro della lastra, ne confermerebbe la collocazione tra la paleografia cristiana. E’ possibile che tale lapide sia stata incisa a seguito della notizia della morte di Pietro? Forse era giunta voce, ai convertiti di quelle terre, della crocifissione dell’Apostolo sotto Nerone. Quella morte che, come disse Giovanni, Cristo gli aveva presagito (Gv 21,18ss). Lo scrittore latino Lattanzio così riporta: “Già da qualche anno regnava Nerone, quando giunse in Roma l’apostolo Pietro e, operati alcuni miracoli per la virtù e il potere che Dio aveva infuso in lui, convertì molti alla vera fede e innalzò a Dio un tempio fedele e duraturo. Nerone, tiranno malvagio e perfido com’era, quando gli fu riferito ciò, e venne a sapere che ogni giorno, non solo in Roma, ma dovunque, numerose persone disertavano il culto degli antichi dèi e, condannata la vecchia religione, passavano alla nuova, si diede con tutte le forze ad abbattere il regno celeste innalzato dall’apostolo e a distruggere la vera fede: perseguitando per primo i servi del Signore, fece crocifiggere Pietro e decapitare Paolo”. Secondo Origene, Pietro “giunto infine anche in Roma, fu crocifisso a capo in giù, forma di martirio che egli stesso aveva considerato giusta” non sentendosi degno di morire come Cristo. E Caio, citato da Eusebio, aggiunge: “Io potrei mostrarvi le tombe degli apostoli: se tu volessi venire al colle Vaticano o alla via Ostiense, troverai infatti i monumenti sepolcrali di coloro che hanno innalzato questa nostra