Le tre domande per il catechista 2018-02-16T15:55:22+00:00

LE TRE DOMANDE A CUI IL CATECHISTA DEVE SAPER RISPONDERE

Supplemento formativo a cura di Stefano Biavaschi

1) Chi è Gesù Cristo?

Il cristiano, ed in particolar modo il catechista, deve saper rispondere molto bene ad una domanda, che è la domanda su cui si fonda la nostra fede. Chi è Gesù Cristo? Innanzitutto questa domanda si pone col verbo al presente: chi è, non chi era. In secondo luogo non possiamo dimenticare che il primo a rivolgercela e proprio Gesù: “E voi chi dite che io sia?”. Gesù è perfettamente consapevole che da questa domanda dipende non solo la comprensione esatta della nostra fede, ma anche la nostra salvezza. Eppure, molte volte, anche i cristiani si limitano a vedere Gesù solamente come un grande uomo del passato, di cui vale la pena tramandare gli insegnamenti. Fare catechesi si riduce così al semplice tramandare ciò che viene dal passato. Il che in parte è vero, ma manca l’attenzione a quel Cristo vivo e risorto che ancora oggi è presente nella Chiesa, la vivifica, e la salva.

La parola “Vangelo” significa in greco “buona notizia”: qual è questa buona notizia? E’ l’annuncio che Dio, quel Dio che tutte le religioni cercano, che da sempre la filosofia insegue, che il cuore umano rincorre senza afferrare, si è fatto uomo!

Dio, quello stesso Dio che ha fatto l’Universo, ed a cui la mente umana anela senza interruzione, colui che solo può porre fine alla nostra ricerca, ci è venuto a trovare!

Quel Dio che conosce le nostre aridità e le disseta, conosce le nostre lacrime e le asciuga, conosce il nostro bisogno d’amore e lo colma, è finalmente venuto fra noi!

Dio! Non una creatura, non un ideale, non un sogno, ma Dio in persona!

Se la nostra mente non dormisse, appiattita dalle mode del mondo, assonnata dalle consuetudini, balzeremmo di colpo in piedi solo all’udire questa notizia che il Vangelo ci annuncia.

Balzerebbe anzi in piedi tutta quanta la nostra vita, lasceremmo cadere dalle mani tutti i nostri beni, correremmo per le strade sconvolti dalla gioia. Dio è venuto! Dio è qui! Dio è con noi! E’ davvero qui, visibile agli occhi della storia, in carne ed ossa umane, si è perfino reso comprensibile ai nostri sensi, ha un volto come il nostro, ci parla e riusciamo a comprenderlo. Nell’udirlo avvertiamo immediatamente che è Verità, nell’avvicinarlo scopriamo all’istante che è amore. Ci fa ardere il cuore nel petto (e sappiamo quanto ci sia duro farlo ardere, noi che sempre cerchiamo i modi di raffreddarlo). Ci accende di luce la mente (e sappiamo quante tenebre ci porta il mondo, quanta buia solitudine sa procurarci).

Non si riesce a trovare, nella storia come nel presente, un altro uomo che si ponga per noi come senso totale della nostra esistenza. Se Costui è riuscito a porsi in questo modo, se è riuscito a toccare tutte le corde del nostro cuore, anche quelle più intime del nostro intimo, significa che quest’uomo non è solo un uomo. Se Qualcuno riesce a coinvolgerci così, ad esporci così, è perché qualcosa veramente avvertiamo, qualcosa che percepiamo come tutto, qualcosa che dà significato all’intera esistenza.

Del resto c’è una prova indiscutibile: quando sperimentiamo l’allontanamento da lui, ci manca qualcosa, ci spegniamo gradualmente, moriamo dentro.

Gli apostoli esprimevano questa sensazione con una bellissima frase: “Da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”.

Del resto la Chiesa insegna da secoli la duplice natura di Gesù: umana e divina.

Dio si è fatto carne, si è fatto storia, si è fatto esperienza visibile per noi, tanto che gli apostoli possono dire: “Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato…”. Grazie a questo avvenimento l’umanità passa dal “Dio su noi” al “Dio con noi” (l’Emmanuele). E’ un evento unico e del tutto singolare. E “non significa che Gesù Cristo sia in parte Dio e in parte uomo”, dice il Catechismo, ma che “Egli si è fatto veramente uomo rimanendo veramente Dio. Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo” (CCC 464). La Chiesa ha sempre difeso strenuamente, nel corso dei secoli, questa verità di fede che emerge dal Vangelo. Il dogma della duplice natura di Cristo è a fondamento della fede cristiana, e non solo cattolica; per tutte le confessioni cristiane Gesù possiede sia la natura umana sia la natura divina. E attenzione: non solo le possedeva, ma le possiede tuttora. Gesù è anche adesso vero Dio e vero uomo. In una sola Persona. Tutto ciò che la natura umana di Cristo compiva, era compiuto anche dalla natura divina. Il secondo Concilio di Costantinopoli nell’anno 553 affermava: “Due sono le nascite del Verbo di Dio, una prima dei secoli dal Padre, fuori dal tempo e incorporale, l’altra in questi nostri ultimi tempi, quando egli è disceso dai cieli, s’è incarnato nella santa e gloriosa madre di Dio e sempre vergine Maria, ed è nato da essa”. Due nascite e due nature quindi, ma in una sola Persona, quella del Cristo. E la natura divina di Gesù non impediva alla sua natura umana né di soffrire né di morire. Il Concilio di Calcedonia (anno 451) aggiunge: “Seguendo i santi Padri, all’unanimità noi insegniamo a confessare un solo e medesimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, vero Dio e vero uomo con anima razionale e corpo, consostanziale al Padre per la divinità, e consostanziale a noi per l’umanità, ‹‹simile in tutto a noi fuorché nel peccato›› (Eb 4,15)”.

Nella sua vita Cristo ha riassunto in sé tutta la storia della salvezza; ed ha vissuto la sua vita non per sé ma per noi. Si è fatto nostro modello, permettendo che tutto ciò che Egli ha vissuto, noi potessimo viverlo in lui. Di più: fa sì che Egli lo viva in noi. In tal modo ci rende compartecipi della sua divina natura: “L’Unigenito Figlio di Dio, volendo che noi fossimo partecipi della sua divinità, assunse la nostra natura, affinché, fatto uomo, facesse gli uomini dei” (San Tommaso d’Aquino).

2) Perchè siamo certi di queste verità?

C’è una seconda domanda a cui un buon catechista dovrebbe saper rispondere: Come facciamo a sapere che questa verità indicata dalla Chiesa è autentica? La risposta migliore è: questa verità è quella che risulta dalla Sacra Scrittura. Gesù ha affermato chiaramente, anche dinanzi a chi gli esprimeva il proprio scetticismo, “prima che Abramo nascesse Io sono” (Gv 8,58). Affermava quindi che “esisteva prima di nascere”. Ha anche detto senza possibilità di malintesi: “Sono di lassù…non sono di questo mondo” (Gv 8,23). Inoltre non ha nascosto la sua origine divina: “Sono uscito da Dio” (Gv 16,27). Ecco perché nel nostro Credo diciamo “generato dal Padre”.

La preghiera di Gesù prima della sua passione non lascia dubbi: “Ed ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse” (Gv 17,5).

Davanti a tutte affermazioni, come potevano i primi cristiani accettare che Gesù fosse solamente uomo? Trovarono quindi legittimo chiamarlo “Figlio di Dio”, sebbene la loro stessa mente tendesse a sottrarsi ad una definizione così forte. Ma tutto quanto il Vangelo li spingeva verso questa verità: durante l’Annunciazione, le parole dell’angelo chiamano Gesù “figlio dell’Altissimo”, “Figlio di Dio” (Lc 1,32.35); anche le parole di Pietro, quando è interrogato da Gesù, rivelano: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16); e Gesù gli replica che ha potuto rispondere così perché è stato illuminato dallo Spirito.

Perfino durante il processo di Caifa, quando il termine “Figlio di Dio” costituiva il più pesante capo d’accusa e sarebbe bastato disconoscerlo per salvarsi, Gesù non rinnega la sua figliolanza divina (Mt 26, 62-66). E finanche il centurione romano, nella sua scarsa dimestichezza in questioni religiose, davanti alla croce fece scaturire la sua professione di fede nel “Figlio di Dio” (Mc 15,39). Perciò gli evangelisti e gli apostoli non temettero di annunziare Gesù come “Figlio di Dio” (Mc 1,1 – At 9,20), anche se ciò era a quel tempo reato passibile di morte. Ma si trattava di una verità che non poteva essere taciuta, così forte che perfino “i morti udranno la voce del Figlio di Dio” (Gv 5,25); e “quelli che l’hanno ascoltata vivranno”. Quando si cerca la verità, l’ultima parola spetta a Cristo, che è Verità. “Ho detto: sono Figlio di Dio” (Gv 10,36).

Il catechista dunque non può che fare da specchio alle verità di Cristo. Egli è il Figlio, generato al di fuori del tempo. Eterno e pienamente Dio; come dice Giovanni “il vero Dio” (1Gv 5,20). Della stessa sostanza del Padre. “Chi va oltre e non rimane nella dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi invece rimane nella dottrina, possiede il Padre e il Figlio” (2Giov v.9).

E’ quindi corretto parlare di Gesù come di un grande uomo vissuto nel primo secolo, come il fondatore storico della Chiesa, ma sarebbe assai incompleto se non dicessimo anche ne è tuttora il fondamento vivo! Che la missione di Gesù è ancora in atto, attraverso la Chiesa di cui il catechista è testimone.

3) Cosa significa che Cristo ci salva?

Occorre però che il catechista sappia rispondere anche ad una terza domanda, che punta il dito sul cuore stesso della missione di Gesù, sul vero motivo della sua venuta: Cosa vuol dire salvezza? Cosa significa che Cristo è il Salvatore? Oggi moltissimi non lo sanno più; l’uomo moderno spesso ragiona così: sto bene in salute, ho una famiglia, un lavoro, un certo benessere, da che cosa debbo essere salvato?

La parola “salvezza” si è talmente svuotata di significato che quando chiediamo alla gente comune, ma anche ai cattolici, perchè Gesù è venuto, spesso le risposte che raccogliamo sono: “per insegnarci delle cose”, o addirittura “per fondare la sua religione”. Si sta sempre più perdendo di vista il centro della missione di Gesù, il fatto che Cristo è venuto in primo luogo a salvarci. La parola stessa “Gesù” vuol dire “il Dio che salva”.

Da cosa ci salva? In realtà la domanda giusta è: per cosa ci salva? Ci salva per riportarci alla nostra vera condizione, che è la vita in Dio.

Gli uomini si pongono da sempre questa domanda: “da dove veniamo?”. Cristo non solo risponde a questo nostro bisogno di conoscenza, ma ci prende per mano e ci riporta in Dio. Come dice San Gregorio di Nissa (IV secolo): “La nostra natura, malata, richiedeva di essere guarita; decaduta, d’essere risollevata; morta, d’essere risuscitata. Avevamo perduto il possesso del bene; era necessario che ci fosse restituito” (Oratio Catechetica, 15).

La missione del catechista, quindi, non è solo quella di far conoscere delle cose: qui si tratta di restituire le nostre esistenze a chi realmente appartengono, si tratta di rimettere i tralci alla vite che li ha generati; si tratta di riportare le scintille al fuoco che le ha emanate. Prima che si spengano! Ogni passo in altra direzione equivale infatti allo spegnimento della nostra vita, alla morte interiore.

Ecco da cosa sono salvato: da me stesso, dalle mie scelte sbagliate, dalla perdita di vita, dal peccato; semplicemente perché peccando muoio, mi spengo, non respiro, secco. Sono salvato dalla dannazione eterna, ma già a partire da quella dannazione terrena a cui il peccato riduce la mia vita. Sono salvato, come dice Giovanni, dalle tenebre; sia morali sia spirituali. Ma soprattutto sono salvato per la vera Vita che in cambio mi viene donata già quaggiù, per la grande gioia che ne ricevo, per quel destino di gloria eterna che mi attende senza fine secondo la promessa che Gesù rivolge ai giusti.

Da qui si comprende la grande missione del catechista, che Gesù chiama ad essere, come gli apostoli, pescatori di uomini. E’ una missione reale di salvezza.

Una metafora può forse riassumerne l’importanza ed anche la drammaticità: un gruppo di minatori, a causa di una frana, rimane imprigionato nelle viscere di una miniera; nel buio più completo essi non sanno nemmeno da che parte scavare; sono destinati a morire lì, per mancanza d’aria, d’acqua, di cibo; ma un loro compagno rimasto all’esterno, accortosi della situazione, si precipita con badile e piccone contro la roccia ed i cumuli di terra che occludono la via verso la salvezza; lavora in modo tremendo per ore, affaticandosi molto e facendosi male, ma alla fine raggiunge il gruppo di persone mostrando loro la via per la salvezza; una di queste, colma di gioia, nel vederlo grida agli altri: “Ecco la luce, venite fuori, siete salvi”. Quel minatore, come si è capito, è Gesù. Quel testimone che grida e dà l’annuncio della salvezza è il catechista.