Una disabile durante l’occupazione 2018-02-16T15:51:49+00:00

Una disabile durante l’occupazione

di Stefano Biavaschi

“SCUOLA OKKUPATA”, grida uno striscione all’ingresso. E’ lo stesso di ogni novembre di ogni anno. Entro. Un centinaio di studenti sono stravaccati per terra nell’atrio. Cerco di scavalcarne i corpi con la maggiore naturalezza possibile, e mi avvio verso i corridoi. Le pareti sono devastate da slogan arrabbiati, stelle a cinque punte e qualche bestemmia. Proseguo verso la mia aula per l’appello ma aspetto invano. “Nessuno da segnar presente?” chiedo ad una collega disorientata di passaggio. “Non lo so, hanno fatto sparire tutti i registri”. Deserte anche le aule delle ore successive, senza più banchi né sedie. I pavimenti sono invece ricoperti dai materassi delle palestre, serviti per la notte, e da qualche straccio di vestito. Qua e là pentole sporche di sugo, bottiglie di salsa aperte, e pacchi di pasta posati sulla polvere delle mattonelle. Il crocifisso pende a testa ingiù, infilzato nei pannelli del soffitto. Vado verso il piano di sopra. Sulle scale m’incrocia una ronda di vigilantes, in compagnia del loro leader: fazzoletto rosso al braccio, grossa risma di volantini appena fotocopiati in segreteria. Il pesante mazzo di chiavi della scuola, appeso al passante dei jeans, lo rende ancora più sbracato. Deserte anche le aule delle ore successive, salvo qualche annoiato studente di altre classi, che gioca a carte o ascolta musica. In alcune aule una leggera nebbia di strano fumo dolciastro. “Non è rimasto nessuno da segnar presente?”, chiedo ligio ad un altro collega. “Non lo so, se alcuni tuoi ragazzi ci sono, devi cercarteli per tutto l’istituto; qualche docente ha fatto l’appello su fogli volanti. Prova a vedere se li trovi.” Ma i fogli volanti non si trovano. Per fortuna, a metà dell’ora, mi viene incontro un angelo: “Guarda che della tua classe non c’è nessuno, salvo Marianna; è nell’aula di sostegno”. L’avrei baciata sulla fronte per quel guizzo di normalità. Affretto il passo lungo il corridoio, frastornato dai tamburi dei quattro dell’apocalisse. Hanno il compito di percorrere tutti i corridoi per rendere impossibile la didattica a chi ancora ci riuscisse. Lascio l’assordante tam-tam alle spalle ed entro nel silenzio dell’aula di sostegno. Dentro c’è Marianna, lasciata da sola sulla carrozzella, la testa china di fianco come una bambola spezzata. “Ciao Marianna, scusa il ritardo, come stai?” riesco a dire, mentre la mia memoria sfoglia disperatamente tutto lo stupido repertorio di frasi convenzionali. “Di cosa vuoi parlare oggi?” Marianna alza la testa di scatto, rotea gli occhi, si gonfia di rosso, accartoccia le mani in modo innaturale, soffia, cerca di parlare ma non ce la fa. “Oggi finalmente riusciamo a stare da soli; perchè non mi parli un po’ di te?” Marianna si emoziona, è visibilmente eccitata dalla mia domanda. E’ la prima volta che mi ha tutto per sé. Vuole parlarmi della sua vita ma non ce la fa. Si butta con la schiena contro la carrozzina, poi di nuovo si piega in avanti, e alzando la testa torna a guardarmi. “Lo sa……lo sa……..lo sa che……….” La frase farfugliata inizia mille volte ma non termina mai. Fuori i tamburi dell’occupazione stanno ancora passando. Tutto mi sembra irreale. In un attimo il mondo ha perso il senno. Ed io sono là, con le mie lezioni rimaste in tasca, mentre l’unico studente rimasto non riesce a parlarmi. Forse quelle domande non le dovevo nemmeno fare. Marianna, infatti, è visibilmente frustrata, e i suoi occhi cominciano a inumidirsi per lo scoraggiamento e l’insuccesso. I minuti scorrono lenti come gocce di sudore. Finalmente guardo l’orologio e mi accorgo, con vergognoso sollievo, che l’ora è terminata. “Bene Marianna, ora devo andare. Scusami ma vado in cerca della classe successiva. Dirò al prossimo insegnante che sei qui.” Raccolgo la mia borsa e volto le spalle dirigendomi verso l’uscio.

“Lo sa che quando resto sola mi sento triste e piango?” I miei passi si bloccano. La frase è uscita tutta d’un fiato senza tartagliamenti. Mi giro verso Marianna. Improvvisamente lo spazio tra me e lei s’illumina, si riempie di senso. Il mondo è ritornato nella stanza. Poso la borsa. La classe che non c’è può ancora aspettare. Marianna ed io abbiamo tante cose da raccontarci.